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LA STORIA DI ALDO

Avevo 11 anni ed avevo appena finito le scuole elementari, quando un mattino, passeggiando per le vie di Valdicastello, il mio paese che era appena uscito, come tutti i paesi della nostra Italia, martoriato e ferito, dalla grande guerra che aveva visto la mia infanzia costellata di privazioni, paura e dolore, mi imbattei in Lino, che faceva l’operaio in una ditta di Pietrasanta, e che seduto sulle scale del monumento, valutandomi con un’occhiata, mi chiese:

“O bimbo, ma tu avresti voglia di imparare a fare il mosaico? La mia ditta cerca un apprendista, ma uno che abbia voglia di lavorare”

Lo guardai, sorrisi e dissi: “Si che avrei voglia, tanta voglia, ma sento il babbo e la mamma e poi vi faccio sapere”.

All’epoca si dava ancora del Voi alle persone più grandi, in segno di rispetto e deferenza, e veniva così, naturale, senza pensarci troppo.

Corsi via, più veloce che potevo, per raccontare alla mamma di questa offerta, così meravigliosa, così più grande di me, che mi faceva sentire già uomo, già adulto e, al mattino dopo, mi alzai con il primo canto del gallo e, con il cuore che mi batteva forte, mi incamminai verso Pietrasanta con una borsa, grande, più grande di me, che toccava quasi per terra e che conteneva il mio pranzo.

La passeggiata, quella mattina, come per tutte le mattine successive, fu breve, perché per la strada incontrai Napoleone dell’Erné, che mi dette un passaggio in bicicletta, così che arrivai in anticipo davanti al cancello dalla ditta Ferrari&Bacci.

Entrai, cominciai a guardarmi intorno e scoprii un mondo fatto di colori, forme, figure, minuscoli pezzetti di smalti colorati, grandi banconi di legno sui quali, gli operai stavano ricurvi con un martellino in mano, fischiettando una canzone, in allegria.

Gli operai erano 6 e a pensarci bene oggi, non erano molto più adulti di me, visto che avevano tra 18 e i 20 anni, ma a me, quel giorno, sembrarono uomini fatti…

Ricordo che il più grande di tutti aveva solo 30 anni, ma all’epoca a 30 anni eravamo adulti, con famiglia e figli.

All’epoca avevamo altre responsabilità: dovevamo ricostruire una nazione.

Dopo una breve visita, breve perché, il lavoro era tanto e tempo da perdere non ce n’era, Il Ferrari, così lo chiamavamo e così lo chiamai per il resto della nostra vita insieme, mi diede un paio di forbici e mi disse:” Ricopiale su un foglio e poi riempi la forma di mosaici”, allungandomi una scatolina piena zeppa di pezzetti di smalti multicolori.

Mi misi a sedere, disegnai le forbici e cominciai ad incollare i pezzetti, ben attento a non uscire dai margini del disegno.

 

Nessuno mi disse niente.

Nessuno mi diede istruzioni.

Io seguii il mio istinto ed andai avanti fino a che anche il più piccolo spazio bianco, fu riempito di colore e forma.

Una volta finito, lo portai dal Ferrari, un po' in ansia, ma Lui non disse una parola, mi prese la mano, me l’appoggiò su un foglio bianco e, con una matita, tracciò la forma della mia mano di bambino, inesperto ed insicuro e mi disse: “Ora riempi questa”.

Il mio primo giorno, iniziò così, con un paio di forbici ed una mano che diventarono mosaico.

Iniziò senza troppe parole, senza corsi di formazione, senza libri, iniziò con una esperienza.

I giorni corsero via veloci, diventarono settimane e mesi e cominciai ad avvicinarmi al grande mondo dell’abbinamento dei colori e a maneggiare, gli strumenti del mosaicista: la martellina e la pinzetta.

Ne esistevano di varie forme e dimensioni in ditta e, a me, che ero un bambino, mi diedero la più piccola perché imparassi a maneggiarla.

Ne rimasi affascinato: la martellina era di acciaio temperato, fatta a mano dal famoso Brunini di Ponterosso e il mio mondo si aprì ad un vasto reame di possibilità.

Picchiavo con leggerezza sullo smalto e lo riducevo in piccoli pezzi, cercando  di dargli una forma, uno spessore, una dimensione.

Ero l’unico bambino, anzi ero l’unico bimbo, come si dice in Versilia, ero silenzioso, volenteroso.

I grandi mi presero a benvolere e cominciarono ad insegnarmi, ognuno per propria competenza e specializzazione, ognuno con le proprie capacità.

Ma il mio maestro, allora e per sempre, fu il Ferrari, un uomo dal talento maestoso, capace di intuire con un colpo d’occhio, la forma, il colore, le dimensioni giuste del pezzo.

Il problema, il mio problema, come il problema di tutti, era la colla, fatta di farina di grano, che tendeva a cristallizzarsi, a tirare, come si diceva, e il mosaico si staccava, dopo tutto il lavoro fatto, senza alcun preavviso.

Gli anni passarono e la paga, elargita alla fine di ogni settimana, diventò un vero stipendio e dalle 200 lire dei primi tempi, mi trovai ad essere assunto come operaio dopo soli tre anni.

Avevo 14 anni, mi sentivo un uomo, mi sentivo grande perché portavo un vero stipendio a casa. Mi sentivo felice.

Continuai ad imparare e, dopo 7 anni, ero in grado di fare tutto.

Ero bravo a fare le vesti e cominciai a lavorare a cottimo, così si diceva una volta, guadagnando il quadruplo del mio stipendio, lavorando anche il sabato, con un progetto in testa: costruire una casa da dare alla mia famiglia.

Ne avevo ormai 18, di anni, quando il mosaico mi fece vivere la mia prima grande avventura all’estero e volai a Malta per installare il pavimento e l’abside di una chiesa.

Che emozione, che meraviglia, poter vedere il mondo, poter conoscere nuovi paesaggi, sentire lingue diverse, vedere posti nuovi e tutto grazie a minuscoli pezzetti di marmo colorato che, magicamente, potevano trasportami, proiettarmi in un’altra realtà.

Continuai a crescere, a specializzarmi, ormai sapevo fare tutto, anche lavorare i materiali più difficili come l’oro, che inganna, tradisce l’occhio del mosaicista, perché lavorando a rovescio, se ne perdono le sfumature e solo allora capii che la bravura non viene dalle mani, ma dalla testa, dalla capacità di capire il disegno, il progetto.

Capii che non sarei mai stato un artista ma un artigiano, che avrei prestato le mie mani e il mio cervello a chi volesse trasformare in mosaico la sua arte, la sua ispirazione.

Ma, mi mancava ancora un tassello… per completare la mia formazione, una cosa importante, di cui oggi, alla mia età, sono totalmente consapevole, e che mi porta a dire che con il mosaico non smetti mai di imparare, perché ogni lavoro è un lavoro nuovo, pieno di incognite, il cui risultato sarà, lì sotto gli occhi di tutti, solo dopo che sarà finito, mai prima.

Non ho sogni nel cassetto, anzi si, ne ho uno, continuare a lavorare, come sempre, perché la passione, l’entusiasmo e l’amore che provo per questo lavoro è più forte di qualsiasi cosa, più forte del tempo che passa, più forte dell‘età che avanza, più forte del vento.

Perché questo non è un lavoro, è vita vissuta.

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